Candor inviolabilis: una pace che non può essere scalfita Le parole di Ildegarda di Bingen[1]
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Ildegarda_di_Bingen
«[…] Questo designa il Verbo di Dio, incarnato in modo inviolabile, in quel candore della verginità che non può essere scalfito, nasce senza dolore, senza tuttavia essersi separato dal Padre»[1].
Ildegarda ci sorprende sempre: ha l’abitudine, ad esempio, di associare costantemente la purezza alla forza. Si tenderebbe a pensare che ciò che è puro, ciò che è candido, versi in uno stato di temporanea fragilità, destinato prima o poi a sporcarsi; ma la profetessa di Germania non ragiona affatto in questo modo. Dal suo punto di vista quel biancore, quel candore, è simbolo di invincibile potenza.
Pensiamo a come in natura il colore bianco, quando veste gli animali, serva spesso a incutere un timore reverenziale e una muta meraviglia. Qui vicino a dove vivo, sul Lago Maggiore, vi è il famoso giardino dell’Isola Bella che i Borromeo vollero popolato da straordinari pavoni albini: la loro presenza rende ancora più irreale l’atmosfera di quell’isola incantata sospesa in mezzo all’acqua. Anni fa, l’artista Paola Pivi, nell’opera My religion is kindness (2006), aveva elaborato la stessa intuizione radunando diversi animali bianchi che passeggiavano liberamente dentro i Vecchi Magazzini della Stazione di Porta Genova, creando un senso di improvvisa pace nel cuore della città.
Il candore crea attorno a sé infatti una maestosa sacralità ed è, proprio come sottolinea Ildegarda, segno di forza inattaccabile. Così, nel suo approccio poetico, la monaca di Bingen porta l’immagine al suo culmine, associandola all’inviolabilità: come se quel bianco fosse uno scudo, una corazza che non potrà mai essere scalfita. I riferimenti al cavaliere bianco dell’Apocalisse o al Graal sono ovviamente parte di un medesimo universo, dentro cui la stessa Ildegarda è immersa.
È dentro questo orizzonte che la grande benedettina pensa l’Incarnazione: come un evento che può passare soltanto attraverso quel candore niveo che nulla potrebbe scalfire o contaminare. Il bianco è per lei una delle qualità visive e materiali della divinità: non un foglio passivo che attende di essere segnato, ma una materia sacra e inattaccabile.
È interessante notare come, per parlarne, non usi l’immagine classica del raggio di sole che attraversa il vetro senza spezzarlo. Quella metafora rischierebbe di far perdere la concretezza dell’esperienza che invece Ildegarda, attraverso l’immagine della materia candida e non scalfibile, ritrova in tutta la sua forza corporea. Tracce di quel candore compatto si possono ritrovare forse solo nel mondo animale e vegetale: è il biancore del lupo polare, è la pelliccia dell’ermellino. Sembra quasi che Ildegarda abbia in mente proprio l’ermellino quando scrive queste righe: in natura quel bianco diventa segno di assoluta protezione, una difesa sovrana messa a tutela di ciò che è prezioso e merita custodia.
Fr. Alberto Maria Osenga
Monastero « SS. Trinità », Dumenza (VA)
[1] Hildegardis Bingensis, Scivias, ed. A. Führkötter – A. Carlevaris, Turnholti 1978 (CCCM, 43), p. 119, ll. 310-312. Per la traduzione italiana parziale cfr. Scivias. Il nuovo cielo e la nuova terra, a cura di G. Della Croce, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2002; cfr. anche A.M. Sciacca, Ildegarda di Bingen. Visioni, Castelvecchi, Roma 2016.
