Adiutorium terrae: quando la natura collabora alla nostra salvezza
Le parole di Ildegarda di Bingen[1]
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Ildegarda_di_Bingen
«[…] Quando poi venne, attraverso mio Figlio, il tempo dell’aurora rosseggiante, cioè della piena giustizia, l’antico serpente, atterrito ed esterrefatto, fu del tutto ingannato a causa di una donna, ossia la Vergine. Perciò nella sua furia s’infiammò contro di lei.
L’antico persecutore, nella sua malvagia voracità, ha scagliato dietro alla rettitudine della donna che aveva generato l’Uomo l’incredulità e l’infedeltà. E ciò intendendo aggiogarla a sé o soffocarla del tutto, logorata da moltissime persecuzioni; affinché il suo stesso nome fosse cancellato dalla terra, proprio come viene cancellata dalla terra quella cosa che viene gettata nel profondo di un fiume.
Ma con l’aiuto della terra la donna è stata strappata [al pericolo], perché mio Figlio ha preso da lei la veste della sua umanità; ed Egli, nel suo corpo, ha sopportato moltissimi obbrobri e passioni a confusione di quello stesso serpente.»[1]
Ildegarda è capace di costruire delle vere e proprie meraviglie spirituali e teologiche non solo in brevi intuizioni, ma anche in riflessioni più ampie e complesse, proprio come questa. La grande profetessa e dottore della Chiesa riprende qui l’immagine apocalittica della Donna vestita di sole inseguita dal drago, che ritroviamo nel capitolo 12 dell’Apocalisse, per rileggerla con straordinaria modernità. Siamo all’interno di una delle sue grandi opere visionarie, che integrano il cosmo e l’uomo dentro un unico, grandioso abbraccio.
Innanzitutto, l’evento della salvezza non viene descritto come un atto freddo o astratto, ma come il sorgere di un’aurora rosseggiante (tempus rutilantis aurore). Il colore rosso e rosato dell’alba evoca l’inizio del giorno che squarcia la notte, ma richiama già il calore del sangue e della carne. Da qui si snoda una narrazione intrisa di una densissima ironia divina, dove il male cade nella sua stessa trappola. Seguono allora le persecuzioni, il fango, la furia del serpente… ma ecco che interviene la terra!
La terra, la natura, l’intero cosmo non restano spettatori muti: preparano un vestito, un abito che assorbirà l’urto del male. È l’adiutorium terrae, il soccorso della Creazione che si fa grembo e alleata del Creatore.
Quante volte la terra porta per noi il nostro male! La avveleniamo, la deturpiamo, la roviniamo, ed essa con pazienza materna accoglie la nostra violenza, lasciandosi scalfire pur di non far perire l’uomo. Essa beve il veleno, lo assorbe nel profondo per proteggere la vita. Sentiamo quanta immensa gratitudine vi sia dietro quest’espressione di Ildegarda, e fino a che punto essa sia capace di mettere in luce la profonda valenza ecologica dell’Incarnazione.
C’è qui un invito struggente alla riconoscente contemplazione del creato: per scoprirlo non come un oggetto da dominare, ma come custodia, casa e tutela per la nostra fragilità, capace di amarci persino contro la nostra stessa aggressività.
Fr. Alberto Maria Osenga
Monastero « SS. Trinità », Dumenza (VA)
[1] Hildegardis Bingensis, Liber Divinorum Operum, ed. A. Derolez – P. Dronke, Turnhout 1996 (CCCM, 92), II, I, p. 712. Per la traduzione italiana con testo a fronte cfr. Il libro delle opere divine, a cura di M. Cristiani – M. Pereira, Mondadori, Milano 2003; cfr. anche A.M. Sciacca, Ildegarda di Bingen. Visioni, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 369ss.
