Vincenzo Papes: «Chi ci curerà domani? Ve lo dico partendo da dove ho iniziato io»
Dal campo di Conegliano agli ambulatori di tutto il Nordest: il fondatore di Centro di medicina si racconta in occasione dell’uscita del suo libro “Chi ci curerà domani?”
C‘è un uomo che negli anni Ottanta correva a centrocampo per la sua Conegliano e sognava il pallone, e c’è l’imprenditore che oggi guida uno dei principali gruppi della sanità privata del Nordest. Vincenzo Papes, classe 1962, li ha tenuti insieme tutta la vita, e li racconta ora in “Chi ci curerà domani?”, il libro che porta la sua esperienza a specchio di un tema più ampio: il futuro della cura in Italia. Lo abbiamo incontrato per ripercorrere con lui gli esordi, prima di arrivare, solo nelle ultime battute, agli sviluppi più recenti dell’azienda.
1. Gli inizi: la scintilla di Graziana e il primo confronto con i medici
Papes, tutto comincia da un’idea di sua sorella Graziana.
«Esatto, era il 1982, io avevo vent’anni e pensavo solo al pallone. Mia sorella Graziana stava per avviare un piccolo centro medico di estetica insieme a una socia, che però all’ultimo si è tirata indietro. Io mi sono trovato quasi per caso a darle una mano, e da lì è partito tutto. Non lo dico per retorica: senza quel primo passo suo, e senza il sostegno dei nostri genitori che sono stati i primi a crederci e a finanziarci, oggi non staremmo qui a parlarne».
Come si passa da un centro estetico alla medicina del lavoro?
«Con l’intuizione che il territorio aveva bisogno di risposte che allora non c’erano, o c’erano solo in parte. La medicina del lavoro è stata la porta d’ingresso: significava entrare in relazione con le aziende, con i loro bisogni concreti, e insieme con un mondo, quello dei medici, che io non conoscevo affatto. Ricordo bene il primo impatto: due linguaggi diversi, il mio molto pragmatico, quello dei professionisti sanitari più cauto, abituato a tempi e logiche differenti. Ho dovuto imparare in fretta ad ascoltare, prima ancora che a proporre».
2. Conegliano e Treviso: le prime sedi, le domeniche in cantiere
Le prime due strutture nascono proprio qui, tra Conegliano e Treviso.
«Sì, e sono i luoghi a cui sono più legato. Ricordo le domeniche passate in cantiere, letteralmente: io e pochi altri, a controllare i lavori, a immaginare dove sarebbe passato un corridoio o dove avremmo messo una sala d’attesa. Non c’erano orari, non c’erano weekend. C’era l’urgenza di aprire, di far vedere che quel progetto poteva reggersi in piedi».
Sono passati più di quarant’anni: cosa resta di quel periodo?
«Le persone, soprattutto. Abbiamo ancora oggi in azienda dipendenti che sono con noi fin da quei primi anni. Non è un caso: quando costruisci qualcosa insieme dal nulla, nasce un legame che va oltre il contratto di lavoro. E poi restano i rapporti, non sempre facili all’inizio, con i medici: c’era diffidenza reciproca, io ero visto come un imprenditore che entrava in un ambito loro, sanitario. Ci sono voluti anni di mediazione, di ascolto reciproco, ma alla fine i risultati hanno parlato: quando un medico vede che la struttura funziona, che il paziente è seguito bene, che gli strumenti sono all’altezza, la fiducia arriva».
3. Il calciatore che non ha mai smesso di esserlo
Lei ha giocato in Serie C, tra Conegliano, Carpi, Ospitaletto e Vittorio Veneto. Che ruolo ha avuto il calcio nella sua vita imprenditoriale?
«Un ruolo enorme, anche se all’inizio in modo contraddittorio. Nei primi anni ero un ragazzo che mandava i soldi a casa ma che di fatto era assente: la testa era tutta sul campo, sulle partite, sui ritiri. Poi ho capito che dovevo scegliere, e a 30 anni ho lasciato il calcio giocato per buttarmi a capofitto nell’azienda. Ma le dico una cosa: non ho mai davvero smesso di essere un calciatore. È cambiato il campo, non lo spirito».
In che senso non ha mai smesso?
«Nel senso che l’azienda per me è sempre stata una squadra. Gli schemi cambiano, i compagni cambiano, ma la logica resta quella: sapere qual è il proprio ruolo, capire la propria categoria di appartenenza e non illudersi, fare tesoro di ogni esperienza, anche delle delusioni. E di delusioni ne ho avute, promozioni in Serie B sfumate all’ultimo che allora mi sono sembrate ingiuste. Con gli anni ho imparato che anche quelle mancate promozioni mi hanno insegnato qualcosa che poi ho riportato nel lavoro: la pazienza, il sapersi rialzare».
E le amicizie di quel mondo?
«Quelle non tramontano. Il venerdì sera gioco ancora a calcetto con alcuni degli amici di allora. Le amicizie nate su un campo di calcio durano tutta la vita, hanno una qualità diversa perché vivere momenti duri ed altri di grande felicità le consolidano molto».
4. La famiglia, i valori della campagna e la stessa serietà nel lavoro
Lei viene da una famiglia di campagna. Quanto ha pesato quell’origine nel suo modo di fare impresa?
«Tantissimo. Sono valori semplici ma solidi: la parola data, il rispetto, il senso del limite. Vengono dai miei genitori, li ho ritrovati nelle mie sorelle, e oggi provo a portarli avanti nella mia famiglia, con Anna e con nostro figlio Dimitri. La famiglia dà una stabilità che poi ti porti addosso ovunque, anche in ufficio».
Che rapporto c’è tra questa idea di famiglia e il modo in cui gestisce l’azienda?
«Diretto. Nei rapporti personali come in quelli di lavoro, per me la serietà e la coerenza sono tutto. Se la fiducia si rompe, si fa presto a rivedere le cose: non c’è rancore, ma nemmeno seconde possibilità infinite. È una regola che vale per un socio, per un collaboratore, per un fornitore. La coerenza, in fondo, è l’unica cosa che ti puoi davvero permettere di pretendere dagli altri, perché prima la pretendi da te stesso».
5. Quasi mille dipendenti, tremila professionisti: orgoglio, non paura
Oggi Centro di medicina conta quasi mille dipendenti diretti e migliaia di medici e professionisti collaboratori. Le pesa questa responsabilità?
«Le confesso che quando penso ai numeri di oggi, non provo paura, ma orgoglio e consapevolezza di aver costruito, insieme ai miei collaboratori, una squadra vera. Dietro ogni dipendente c’è una famiglia, e questo lo so bene. Ma quando guardo indietro vedo un percorso fatto di scelte giuste: i collaboratori giusti al momento giusto, soci che hanno sempre scelto di reinvestire in azienda invece di portare a casa i dividendi, e una dedizione al lavoro che definirei quasi sfrenata, mia e di chi mi ha affiancato».
Nel gruppo lavorano tantissime donne.
«Sono una parte fondamentale della nostra squadra. Grandi lavoratrici, serie, affidabili: per questo negli anni abbiamo costruito un’attenzione particolare al welfare aziendale pensato per loro, perché sappiamo che dietro una professionista che lavora bene c’è spesso un equilibrio delicato da tutelare, tra famiglia e carriera».
6. Perché un libro: raccontare un comparto attraverso una storia
Da dove nasce l’idea di raccontarsi in un libro?
«Non nasce dalla voglia di parlare di me, ma dal bisogno di raccontare un comparto attraverso una storia concreta, la nostra. “Chi ci curerà domani?” è una domanda che riguarda tutti, non solo chi lavora nella sanità. Volevo che la mia esperienza diventasse un pretesto per parlare di un tema che tocca ogni famiglia: come garantire cura, prevenzione e accessibilità in un Paese che invecchia e in cui mancano medici oltre che infermieri».
Cosa vuole comunicare ai pazienti, anche a quelli di Centro di medicina, con questo libro?
«Che è arrivato il momento di parlare in modo più articolato non solo di salute, ma di sanità. Sono due cose diverse: la salute è un bene individuale, la sanità è il sistema che deve garantirla a tutti. E quel sistema oggi si regge, che piaccia o no, su un equilibrio tra pubblico e privato. Non li vedo in contrapposizione, ma come due gambe della stessa persona: se una zoppica, cammina peggio anche l’altra. Il mio obiettivo con il libro è portare questo dibattito fuori dagli addetti ai lavori, dentro le case della gente».
7. I piani futuri: cento sedi entro il 2031, un network nazionale, e Confindustria
Guardando avanti, quali sono i piani di sviluppo di Centro di medicina?
«L’obiettivo è arrivare a cento sedi entro il 2031, consolidando la presenza che già abbiamo in Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana e continuando a coprire l’intera filiera: clinica, diagnostica, chirurgia, riabilitazione. Vogliamo diventare un vero network nazionale della salute, capace di dare risposte di prossimità là dove il pubblico fa più fatica ad arrivare».
E lei, Vincenzo Papes, coneglianese di Codognè, da poco entrato nel gruppo di Confindustria nazionale Scienze della Vita: a cosa aspira ora?
«È un riconoscimento che sento come una responsabilità in più, non come un traguardo. Vuol dire portare al tavolo nazionale l’esperienza di chi ha costruito un’impresa partendo da zero, in un piccolo centro estetico di provincia, e farla dialogare con le grandi realtà del Paese. Aspiro a continuare a fare quello che ho sempre fatto: costruire, con la stessa testardaggine di quel ragazzo che giocava a centrocampo a Conegliano. Solo che oggi il campo è diventato l’Italia intera. Sono convinto che il futuro appartiene a chi lo inventa, con coraggio e con la capacità di guardare oltre».
SCHEDA SINTETICA
CHI è VINCENZO PAPES
Vincenzo Papes, curriculum sintetico
Vincenzo Papes, imprenditore della sanità, classe 1962, è Amministratore Delegato di Centro di medicina.
Dopo aver contribuito alla sua fondazione nel 1982 assieme alla sorella Graziana, dal 2000 ha avviato un piano di sviluppo che lo porta a dare vita ad un Gruppo che oggi vanta 52 sedi presenti in Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana.
Il suo passato da calciatore professionista forgia il suo personale stile imprenditoriale caratterizzato da verve agonistica, grinta e spirito di squadra che insieme ad una innata curiosità e determinazione ne fanno una figura unica nel panorama sanitario veneto e nazionale.
Riveste incarichi istituzionali all’interno di Aiop Veneto, dove porta avanti iniziative di sistema volte a dare identità e valore alla filiera della sanità come comparto industriale ed atte a sbloccare gli accessi alla professione di medici e infermieri il cui contingentamento sta paralizzando il sistema sanitario nazionale.
Vincenzo Papes, curriculum sintetico lato esperienza sportiva
Vincenzo Papes, nato a Conegliano (Veneto), classe 1962. Carriera da giocatore: negli anni ‘80, all’apice della sua maturità calcistica, ha giocato come centrocampista — descritto sia come mezz’ala dai piedi buoni in serie C sia altrove come centrocampista di interdizione — con queste tappe: Conegliano (squadra di partenza), Ospitaletto (Brescia), dove ha giocato tre anni come centrocampista sotto la presidenza di Gino Corioni, con allenatori Paolo Ferrario, Mauro Bicicli e Gigi Maifredi – Carpi, Pieve di Soligo.
Ha giocato in Serie C e negli ultimi anni in serie D con Vittorio Veneto, San Polo di Piave e Conegliano.
Il passaggio all’imprenditoria: la svolta arriva nel 1982, a 21 anni. Sua sorella stava avviando un centro estetico con una socia che poi si è tirata indietro, e lui è subentrato al posto suo, dando il via a quello che sarebbe diventato il Gruppo Centro di medicina.
-testo dell’Ufficio Relazioni esterne, Istituzionali e Media di Centro di medicina










