Riconnetterci con la natura, tra benessere interiore e recupero dei valori etici
Spesso si parla di ambiente, ecologia, natura eppure ci si accorge che talvolta di essa sappiamo poco o nulla, al contrario di un tempo non sappiamo riconoscere le specie di piante e fiori, qualche volta non sappiamo neppure distinguere un’erba aromatica buona da un’altra pericolosa e infestante. Questo purtroppo succede sia alle generazioni più giovani che meno giovani, ma io per carattere sono portata a sperare e vedo, lenta ma decisa, un’inversione di tendenza.
Sarà che stando a contatto con i bambini e avendo occasione di interagire con varie età, scopro in molti di loro una felicità semplice e schietta quando si apprestano ad andare nell’orto con entusiasmo e quando si incuriosiscono vedendo farfalle e libellule durante le uscite in campagna.
Non servono i like e i commenti social per renderci botanici ed esperti, ma ricordare quanto un tempo ci insegnavano nonni e genitori. Curare un giardino e occuparsi del proprio territorio inoltre crea quella che io definisco “una buona dipendenza”: si è attratti inesorabilmente dal verde, dalla sua energia vitale che prima conquista lo sguardo e poi fluisce come linfa vitale in noi, annientando pensieri negativi e seminando quelli più luminosi, come intuizioni e idee nuove.
Certo, fare un giardino non è un’arte da improvvisare ma si impara un po’ alla volta ed è questo forse il suo segreto: ci impone ritmi più lenti per assimilare nozioni come i tempi di semina, impianto, rinvasi, potature e quant’altro. Ci sprona anche a memorizzare nomi , talvolta non semplici e qualcuno , spinto dalla curiosità, si documenta su origini, provenienze e altro attivando anche un altro modo di fare cultura, partendo proprio dalla terra. Le storie legate a fiori e piante spesso sconfinano in leggende, ma alcune sono legate ad eventi storici e locali, oppure a fatti che richiamano alla fede e alla devozione.
L’ho chiamata arte non a caso perché coltivare un’arte, pulire un’area da rovi ed erbacce, farla rifiorire è un’attività che richiede pazienza, passione e sentimento. Il creato ci offre di tutto, fior di botanici, perfino santi e molti appassionati della flora ci hanno lasciato in eredità vaste conoscenze e ci hanno insegnato quanto possiamo trarre beneficio dalla natura, sia dal punto di vista fisico che mentale fino alla sfera spirituale.
Nel mentre le mani toccano la terra e sfiorano i rami , le foglie , i fiori e raccolgono i frutti tutta la nostra essenza si sente coinvolta e gli aromi che si sprigionano nell’aria altro non sono che altre gemme invisibili pronte a far splendere ancor di più la gioia che proviamo essendo a diretto contatto con la natura.
E’ una felicità talvolta difficile da definire, è un benessere che proviamo distintamente e dovremmo farne tesoro, trattenendo la memoria di quegli istanti di pura grazia per servircene quando affrontiamo momenti particolarmente difficili.
Mi succede spesso che tra i ronzii di api e la carezza appena sfiorata alla mano di una farfalla sgorghino dal profondo dei versi che neppure avrei mai immaginato di scrivere; rileggendoli molte volte mi chiedo come possano essere usciti dal mio cuore o dalla mente. Eppure la penna li ha trascritti, come se avessi letto nell’aria caratteri invisibili o avessi percepito nel pulsare armonioso del silenzio una voce antica, quasi primordiale sussurrarmi qualcosa che aleggia forse da sempre tra la terra ed il cielo.
La natura ci chiede di essere ascoltata, rispettata e soprattutto di comprenderne gli insegnamenti ancestrali che per secoli i nostri avi hanno saputo interpretare, riuscendo con sacrificio e saggezza ricavare il sostentamento e lasciarci in eredità paesaggi modellati con l’impegno di chi viveva in simbiosi con l’ambiente circostante.
Forse dovremmo recuperare questa umiltà, metterci in ascolto e saper osservare, rispettare i cicli delle stagioni e cogliere tutto ciò che il creato offre, restituendole quel che ci dona in amore e cura, senza inseguire ideologie, ma solamente facendo tesoro delle lezioni imparate da chi ci ha preceduto e ha saputo apprenderetanti piccoli segreti ancor oggi estremamente validi, ricordando che la botanica nacque in tempi antichi , grazie al filosofo Teofrasto, discepolo di Aristotele, nel IV secolo a.C.
Resto a guardare le zinnie, il tempo corre e questa fine estate ha il colore di questo fiore che nel linguaggio dei fiori simboleggia semplicità, l’amicizia duratura e il ricordo affettuoso di una persona scomparsa o lontana, ma rappresenta anche la capacità di resistere e la nostra forza interiore. Così rustici, questi fiori ci dicono con schiettezza quanto conti la costanza e che l’amore per le cose semplici ci aiuta a ritrovare la connessione tra noi e la natura, rapporto che per decenni abbiamo quasi silenziato ed ora chiede di poter essere ristabilito. Oltre a guidarci nel recuperare un benessere psico-fisico ed un equilibrio interiore, questo riavvicinamento alla natura ci riallinea sulle frequenze dell’armonia con l’universo, recuperando anche quei valori etici e morali che favoriscono una vita finalmente più sobria ed emotivamente stabile, riflettendosi positivamente anche nelle relazione con gli altri.
Monia Pin
