Un rabbi, assiduo ascoltatore di fiabe
(Johanan ben Zakkai)
Ogni cavaliere e principe doveva condurre la sua dama al corteo, perché assieme potessero incoraggiare i cavalieri e sollevare il loro spirito. E così fecero tutti i cavalieri. Il duca di Titamil fece venire la sua consorte e la bellezza della duchessa Igerne colpì gli occhi di Uther e nel suo cuore si accese il fuoco dell’amore.
La scena è certamente una di quelle che ha fatto più sognare i lettori di tutti i tempi. Si tratta della celebre seduzione di Igrene da parte di Uther Pendragon, da cui poi nascerà il mitico re Artù. Sacra Scrittura e fiaba s’intrecciano in questo celebre episodio costruito come una ripresa del biblico incontro tra Davide e Betsabea. Era il giorno di Natale, il tempo di quel famoso torneo, ma nelle ricerche scopro, in quel Natale, qualcosa di ben più prezioso…
…un manoscritto ebraico appartenuto ai Duchi di Urbino che narra alcuni episodi del ciclo arturiano, come l’amore folle (ahava metorefet) tra Lancillotto e Ginevra, la discussione tra Agravain e Artù, l’incontro tra Lancillotto e la regina, la fuga segreta di Lancillotto per il torneo di Winchester, la sua sosta presso il signore di Askalot, etc.; il narratore del testo ebraico ci riporta anche un dettaglio ignoto e sconosciuto alla maggior parte dei narratori medievali, ossia l’amore della figlia del signore di Askalot per il misterioso cavaliere.
Quel che però nel testo mi colpisce più di tutto è il prologo, in cui lo scrittore spiega perché tutti gli uomini pii dovrebbero dedicarsi alla lettura delle fiabe. E così l’anonimo scrittore ci dice che questo lavoro è stato fatto prima di tutto per sé, per scacciare la malinconia (senorah) e poi perché sa bene che ogni fiaba porta sempre celati dei benefici morali. D’altronde, come ci riporta il testo, anche il grande rabbino Johanan Ben Zakkai era un assiduo ascoltatore di fiabe… Il Talmud di Babilonia (Baba Batra 134) scrive che questo Rabbi «studiava le Scritture, la Mishna, i proverbi delle lavandaie, le fiabe e la lingua degli alberi di palma». Cosa sia esattamente la lingua degli alberi di palma non saprei dirlo, ma quel che mi colpisce è anche un’altra spiegazione, più direttamente biblica: nei commenti al secondo Libro dei Re (2 R 3,15) leggiamo che «il potere profetico ritornò, dopo che Eliseo ebbe chiamato a sé un menestrello». La fiaba, dunque, non è semplicemente qualcosa di profano, altrimenti l’austero Rabbi Johanan non si sarebbe dedicate ad esse con tanta passione! Anche il Talmud dice che nella veglia del giorno delle espiazioni i racconti degli antichi re saranno letti al gran sacerdote perché non si addormenti!
Le fiabe delle diverse nazioni veicolano sempre valori degni di essere tradotti nella nostra cultura. Come fa l’anonimo narratore ebraico quando rilegge la seduzione di Igrene alla luce del libro di Esther: «Allora quelli che stavano al servizio del re dissero: “Si cerchino per il re delle fanciulle vergini e di bell’aspetto”… Ed Ester fu portata al palazzo del re per mano di Aggeo, che doveva custodire le donne, e i suoi occhi amarono la fanciulla, che vinse il suo favore» (Esther 2,2-9). Il gran banchetto di Natale, che vede l’incontro tra i due amanti Igrene e Uther, diviene così la festa di Purim (Esther 2,18)…
In questo ciclo cavalleresco in abiti ebraici anche il Graal viene trasformato. Esso diviene il tamḥuy, termine che designa un piatto rotondo o una grande ciotola, utilizzato per la raccolta del cibo destinato ai poveri. Questa rilettura del simbolo del Graal è forse una delle più interessanti, perché indica il legame tra il valore della carità e la sua ricompensa come cibo spirituale. Significa che il nostro scrittore era ben consapevole del significato della mistica coppa del Graal, ma appropriandosene arricchisce la sua simbologia di nuovi sorprendenti significati. Che questo Natale possa insegnarci ad aprire i nostri occhi sul mondo, per arricchirci dei sogni di tutti!
