Bullismo: capirlo davvero, oltre le emozioni
Quando si parla di bullismo, spesso lo si fa in modo emotivo. Le notizie sui giornali raccontano storie forti, dolorose, che colpiscono il cuore. Si punta tutto sulla sofferenza delle vittime e sullo scandalo degli episodi, ma si riflette poco sulle cause profonde, su chi sono davvero i ragazzi coinvolti – sia quelli che subiscono che quelli che agiscono.
Cos’è davvero il bullismo?
Il termine “bullismo”, come lo conosciamo oggi, è relativamente recente. È stato lo psicologo svedese Dan Olweus, negli anni ’70, il primo a studiarlo in modo scientifico. Prima, certe violenze tra ragazzi venivano viste come “ragazzate” o fasi normali della crescita. Solo a partire dagli anni ’90 il bullismo è diventato un tema importante a livello mondiale, anche a causa di eventi tragici come la strage nella scuola di Columbine, negli Stati Uniti (1999).
Oggi non si parla più solo di spintoni o insulti nei corridoi: il bullismo può essere fisico, verbale, sociale (esclusione dal gruppo) e anche digitale (cyberbullismo). Secondo un report Istat del 2025, il 21% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha subito comportamenti offensivi o violenti in modo continuativo. I più colpiti sono i maschi e gli adolescenti di origine straniera. Il fenomeno inizia sempre prima, già tra gli 11 e i 13 anni, e coinvolge ragazzi di ogni classe sociale.
Popolari e invisibili
Con l’ingresso nelle scuole medie, parole come “popolare” iniziano a comparire nei discorsi dei ragazzi. Un ragazzo o una ragazza “popolare” è visto come “di successo” a scuola, ammirato, seguito. Ma cosa succede a chi resta fuori da questo gruppo? Derisione, isolamento, prese in giro: il bullismo nasce spesso proprio da questi squilibri di potere tra pari.
Eppure, parlare di bullismo come se fosse solo una questione di “cattivi contro buoni” è troppo semplice. I “bulli” non sono mostri. Anche loro sono ragazzi, con storie complesse alle spalle. Ma nei racconti dei media la loro voce non si sente quasi mai: sono dipinti come personaggi negativi, un po’ come Franti, il “cattivo” del libro Cuore di De Amicis, che non ha un passato né emozioni, è solo il simbolo del male.
Quando esplode una notizia legata al bullismo – come nel caso di Paolo Mendico, il ragazzo di 14 anni che si è tolto la vita dopo anni di prese in giro – i giornali ne parlano per giorni. Ci si indigna, si grida allo scandalo, si accusa la scuola, gli insegnanti, i compagni, i genitori. Ma poi il silenzio torna in fretta. Questo meccanismo è quello che la sociologa Rosalba Perrotta chiama “panico morale”: un allarme sociale che si accende e si spegne, senza produrre veri cambiamenti.
Il problema è che queste narrazioni emozionali servono più a creare paura che a farci capire. E così, invece di affrontare il bullismo con strumenti seri – come l’ascolto, la comprensione, il coinvolgimento di scuola e famiglie – si invoca la punizione. Ma punire senza capire non serve.
Come possiamo fare meglio?
Serve un cambio di prospettiva. Bisogna smettere di raccontare solo le vittime o i casi estremi. Bisogna ascoltare anche chi compie atti di bullismo, capire da dove nasce quella rabbia o insicurezza. Spesso si tratta di ragazzi che a loro volta vivono difficoltà personali o familiari.
Inoltre, è fondamentale educare i ragazzi – tutti – all’empatia, al rispetto delle differenze, al valore dell’inclusione. Il bullismo si combatte prima di tutto prevenendolo, creando ambienti scolastici sicuri, aperti al dialogo.
Il bullismo non è una moda, né un mostro improvviso. È un fenomeno antico, che oggi assume nuove forme, anche attraverso i social. Ma per affrontarlo davvero dobbiamo superare il panico, smettere di cercare capri espiatori, e iniziare ad ascoltare – tutti. Solo così possiamo cambiare qualcosa.
