“QUELLI ERANO GIORNI”…
La memoria dei sensi
“Quelli erano giorni” contava Dalida negli anni ‘60.
Ci sono sempre giorni che definiamo tali quando ci tornano in mente. I giorni soleggiati dell’infanzia, quando il tempo sembrava disteso come un pomeriggio d’estate; quelli dell’adolescenza con le prime nuvole dell’incertezza e i colpi di sole dei primi amori; quelli tempestosi della giovinezza con la maturità che ci è chiesta all’improvviso; quelli gioiosi della nascita di una famiglia e di una nuova creatura.
Nel tempo se ne accumulano di “quelli eran giorni” il cui ricordo ci rallegra o ci rattrista, ci dona ancora la stessa gioia o il medesimo dolore. Ma di quei giorni il ricordo ci porta particolari che sembrano rimossi, sensazioni, percezione, che hanno coinvolto tutta la nostra persona, anche i cinque sensi. Perché la memoria non è un archivio neutro: è un paesaggio abitato dai sensi.
Non a caso, come scriveva Charles Baudelaire:
«i profumi, i colori e i suoni si rispondono»[1].
Se la vista e l’udito danno forma e sonorità ai ricordi, Il tatto e il giusto danno loro consistenza. Lo aveva raccontato con straordinaria finezza Marcel Proust:
“Basta un sapore, un aroma, perché il tempo si dissolva e il passato ritorni vivo, presente, quasi tangibile. Non è solo ricordo: è esperienza che si riaccende”. [2]
Rivado nel ricordo a “quei giorni” in cui siamo stati obbligati alla distanza che, se pensata per proteggerci, alla fine si è rivelata come frattura nelle nostre relazioni. Non mancavano certo le occasioni per vederci e per ascoltarci, tramite le chiamate, le videochiamate, i messaggi. Ma quello che è venuto meno, magari un po’ meno nelle famiglie, è stato l’esercizio del gusto e del tatto: del toccare e dell’essere toccati; dell’accarezzare e dell’essere accarezzati; del baciare e dell’essere baciati.
Soprattutto abbiamo perso l’esercizio dell’olfatto! Il dover mantenere la distanza ci ha limitato in quella prossimità che ci fa riconoscere l’altro e l’altra dalle loro fragranze, in quella conoscenza che passa prima dal corpo e poi dalle parole, perché, come scriveva Alda Merini:
“L’amore è un profumo che si riconosce a occhi chiusi”.
Il disinfettare tutto per evitare un contagio, ha finito per sterilizzare anche le nostre mucose nasali, tanto che nemmeno in un giardino fiorito a volte riusciamo a percepire i delicati profumi delle rose, delle robinie, delle gardenie.

A noi, “che non sappiamo fare altro che sovrapporre un odore con un altro”[3] tanto da confondere l’aria, da “renderla satura di conflitti e di strane alleanze: …sardine alla rosa, gelsomino e patate fritte, ammoniaca alla mandorla dolce…”[4], si fa urgente il rinunciare a quelle coperture chimiche che alterano l’essenza naturale di ciascun corpo. L’accettarla così com’è aiuta a rivelare chi siamo, a farci riconoscere per ciò che siamo. Diventa una firma invisibile su quella carta d’identità muta che ci rende riconoscibili.
L’odore prolunga nel tempo la memoria di una presenza. Proprio come accade per certi luoghi, di cui ci resta nella mente l’odore anche dopo che a lungo non li frequentiamo, un odore familiare che cerchiamo fra mille, un’esperienza che si riaccende quando riconosciamo sfumature in quelli nuovi che incontriamo.
Sì, ci vuole un luogo, un odore, una presenza che ci dica chi siamo, per poi distaccarsi, come scriveva Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via».
Forse è questo che rende alcuni momenti degni di essere chiamati “quelli erano giorni”: la loro capacità di restare impressi non solo nella mente, ma nei sensi. Dove tornare, silenziosamente, ogni volta che un profumo ci sfiora e, senza chiedere permesso, ci fa sentire nuovamente a casa.
[1] Charles Baudelaire ne Les Fleurs du mal,
[2] Marcel Proust in “À la recherche du temps perdu”
[3] Sorella Anima di D. M. d’Hamonville, pag. 117
[4] idem

