TROVATORI DI BELLEZZA
Spesso le mie poesie nascono prima negli occhi. Essi colgono ciò che la natura mostra, un volto incontrato per caso, un gesto inatteso. Quante volte si lasciano agganciare dalle Prealpi, con i loro profili che si accendono all’alba e si stemperano nella sera.
Esse non sono soltanto un orizzonte geografico: sono una soglia interiore poiché il cuore si lascia raggiungere, prima ancora della mente. Ad una forte emozione segue la quiete, e il cervello dà voce alla bellezza, con parole che sgorgano per dire la gratitudine per tanto che mi è dato di ammirare.
Ne scrivo per fissare nella memoria l’emozione provata e sottrarla così all’erosione del tempo.
Ma scrivere per me diventa nel contempo un modo per custodire e insieme per restituire la meraviglia al mondo. Perché se, come scriveva Fëdor Dostoevskij «La bellezza salverà il mondo», voglio trattenere quell’energia capace di orientare lo sguardo e dare senso anche ai giorni più aspri.
Se poi come qualcuno dice “la gioia se condivisa si raddoppia”, anche la bellezza aumenta se altri ne possano godere. È anche un augurare a ciascuno di lasciarsi affascinare da un cielo che muta nelle sue forme, da un prato dalle mille tonalità, dentro un bosco che svela a poco a poco il suo mistero di vita. È un invito a cogliere un dettaglio apparentemente minimo, e divenire trovatori di bellezza.
Essa, la bellezza, esiste già, fuori e dentro di noi, ma essere trovatori spetta a noi, a ciascuno di noi, al tempo opportuno. Forse si tratta di rallentare, di farsi attenti nel quotidiano andare.
Nell’incontro con la bellezza possiamo cogliere un diverso modo di abitarlo, e nella monotonia che ci assale guardarlo con occhi di bimbo e bimba che s’aprono al mondo e si lasciano cogliere dalla novità. Abbiamo presenti i loro occhi ingigantiti e la loro bocca tonda!
Non è una scoperta, ma è pur sempre una sorpresa “trovarci belli”, e “trovare bellezza intorno”, quando da molte parti una voce urla: “Macerie, morte!”.
Rallentare non vuol dire sottrarsi alle responsabilità, bensì attraversarle con uno sguardo meno superficiale, meno distratto.
Le Prealpi, osservate senza fretta, insegnano una pedagogia naturale: ogni luce cambia il loro volto, ogni stagione ne riscrive i contorni. Ci appaiono sempre diverse!
Alleniamoci a “vedere”, per poterci svelare l’un l’altro, con lo scrittore Albert Camus: «Nel mezzo dell’inverno ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate».
È l’invito ad una dichiarazione collettiva di resistenza interiore.
Se la bellezza non cancella le ferite del mondo, essa può però impedire che quest’ultime diventino l’unica verità. E allora scriverne diventa un atto di gratitudine alla natura.
Non per sottrarsi alle ombre, ma per affermare che, accanto ad esse, continua a esistere una luce. E che vale la pena raccontarla.
