La non-violenza come luogo di dialogo tra le fedi
Davvero la forza rivoluzionaria del Satyāgraha può divenire un luogo essenziale per chiunque cerchi oggi una via per una spiritualità autentica.
Se c’è qualcosa che possiamo imparare nel dialogo con l’altro è sicuramente il tema della nonviolenza, l’arma dei forti. Gandhi coniò il termine Satyāgraha proprio per distinguersi dalla “resistenza passiva” usata da certi movimenti occidentali del suo tempo. Mentre quest’ultima poteva includere l’odio verso l’avversario o il desiderio di danneggiarlo, il Satyāgraha — letteralmente “fermezza nella Verità” — si basa sull’unione inscindibile di Verità e Amore. per Gandhi la Verità non è un concetto astratto, ma “ciò che è”, ovvero Dio stesso. Chi combatte con questa forza non cerca di umiliare il nemico, ma di trasformarlo attraverso la propria disponibilità al sacrificio. È una moneta a due facce: su una leggi Amore, sull’altra Verità. Un punto centrale di questa filosofia è l’Abhāya, l’assenza di paura. Gandhi era categorico: “Preferisco che moriate in combattimento piuttosto che languire in una vile condizione di terrore”. La nonviolenza non è un paravento per la codardia. Al contrario, il “guerriero nonviolento” è colui che affronta la violenza a viso aperto, senza mai ospitare un pensiero violento nel cuore, pronto a ricevere colpi senza restituirli.
Questo tipo di forza non si improvvisa. Richiede un addestramento rigoroso, che Gandhi chiamava Brahmāchāria: un dominio totale delle passioni e dei sensi. Non si tratta solo di tecniche di protesta, ma di una vera e propria conversione interiore che passa per la preghiera, il digiuno e la disciplina etica.
Mentre la pressione violenta degrada sia chi la usa che chi la subisce, la pressione nonviolenta agisce sulla condizione morale dell’avversario. Il punto di fusione è il cuore: la sofferenza non viene inflitta, ma assunta su di sé (auto-sofferenza) per generare un’empatia capace di rompere i paradigmi del conflitto.
In un’epoca segnata da tensioni globali e crisi ecologiche, la lezione del “Satyāgraha” rimane di una modernità dirompente. Ci ricorda che i veri cambiamenti della storia non nascono nei palazzi del potere, ma “dal basso”, quando gli individui decidono di cambiare le culture profonde che regolano i rapporti umani. Quante assonanze sentiamo tra questo insegnamento e le parole di Gesù! Possa la nonviolenza, declinata nelle sue varie forme, essere sempre più un luogo di apprendimento e di conoscenza tra le fedi.
Fra Alberto Maria Osenga
Monastero benedettino “SS. Trinità”, Dumenza (VA)

