La creativa esplorazione della differenza
L’amicizia e l’attenzione dell’induismo verso il cristianesimo è un fatto unico e straordinario nella storia delle religioni. Gandhi e Vivekananda hanno visto in Gesù un modello universale di amore e non violenza. L’invito è quello di proseguire la gioiosa e creativa esplorazione delle differenze…
Un aspetto straordinario e spesso poco conosciuto del dialogo interreligioso è l’attrazione profonda che il mondo induista nutre per la figura di Gesù. Si tratta di un fenomeno unico nella storia delle religioni: raramente il cuore di una fede è stato abbracciato con tale sincerità dai leader di un’altra, al punto da rendere Gesù una figura familiare anche per chi non appartiene alla Chiesa.
Grandi leader come il Mahatma Gandhi e Swami Vivekananda pronunciare parole davvero straordinarie su Gesù. Nel suo libro Non Violence in Peace and War (1948), Gandhi scriveva: “Gesù visse e morì invano se non ci insegnò a regolare l’intera vita secondo l’eterna legge dell’amore”. Per il Mahatma, Gesù non era una figura distante, ma il più attivo oppositore della storia, incarnazione della non-violenza per eccellenza. Questa visione risuona con la percezione di molti induisti che vedono in Gesù l’ideale della rinuncia e del dono di sé, valori che sono al centro del loro cammino spirituale. Sempre nel medesimo libro scriveva: “Gesù, un uomo completamente innocente, si è offerto in sacrificio per il bene degli altri, compresi i suoi nemici, ed è diventato il riscatto del mondo. È stato un atto perfetto.”
Anche Swami Vivekananda (1863-1902) riconobbe questa vicinanza. Commentando L’Imitazione di Cristo, testo cardine della mistica cristiana, ne sottolineò il comune substrato monastico, scrivendo: ““L’Imitazione di Cristo è un tesoro prezioso del mondo cristiano. Questo grande libro fu scritto da un monaco cristiano. “Scritto” forse non è la parola più appropriata. Sarebbe più appropriato dire che ogni lettera del libro è profondamente segnata dal sangue del cuore di questa grande anima che aveva rinunciato a tutto per amore di Cristo”. È interessante notare come la sua intuizione, che attribuiva l’opera al monaco vercellese Giovanni Gerson, abbia trovato riscontro negli studi contemporanei, dimostrando una rara capacità di cogliere l’essenza dell’esperienza religiosa altrui.
Tale attenzione dell’induismo verso il cristianesimo è un fatto unico e straordinario nella storia delle religioni: raramente la figura centrale di una fede è stata abbracciata con tale entusiasmo dai leader di un’altra. Eppure il dialogo autentico richiede sempre di avanzare nella creativa esplorazione della differenza e affrontare le sfide comuni, come il superamento delle discriminazioni o la ricerca di una liberazione che sia spirituale, ma anche sociale. Tutto questo richiede un’amicizia onesta e capacità di farsi domande difficili. In un mondo frammentato dal sospetto, l’amicizia secolare tra induisti e cristiani può diventare un segno di pace. Il dialogo non è un’opzione, ma una necessità per la pace. Oggi più che mai, il dialogo è una necessità per costruire una pace che onori la dignità di ogni individuo.
Fra Alberto Maria Osenga
Monastero benedettino “SS. Trinità”, Dumenza (VA)

