È TEMPO DI UN ABBRACCIO…
…il linguaggio più alto dell’anima e del corpo[1]
Cerco nella memoria un abbraccio,
di quelli che ti avvolge, che ti contiene;
quello stare vicini
che non ti fa rimpiangere niente,
quello spazio in cui stai
senza desiderare di essere altrove!
Lo cerco e non lo trovo![2]
Si può avere nostalgia di ciò che non si è sperimentato, di cui non si ha memoria o non si è vissuta la perdita, la scomparsa?
Penso di sì!
Nel nostro DNA, come restano tracce di ferite, di mancanze, di vuoti, credo siano registrati pure carezze e abbracci, memorie che si trasmettono di generazione in generazione. Sono linguaggio della cura data e ricevuta, di una ricostruzione sempre possibile.
Dentro ad un abbraccio puoi fare di tutto.
Sorridere e piangere,
rinascere e morire,
oppure fermarti e tremarci dentro…[3].
La citazione descrive l’abbraccio come un rifugio ideale, un luogo dove tutto ci è permesso. È lo spazio dove si può vivere ogni emozione, dal dolore alla gioia, e pure la pausa dal mondo.
Due braccia ci accolgono dopo il momento traumatico del parto, evento che muta le nostre condizioni, perché nascere è lasciare la quiete del ventre materno dove stavamo tranquilli, sicuri, protetti, e appagati nei nostri bisogni.
Le braccia a cui veniamo affidati ridisegnano i confini entro cui ridefinirci e da cui attingeremo la spinta per andare alla scoperta del mondo circostante.
Da qui nasce la nostalgia: l’abbiamo sperimentato l’abbraccio, ne abbiamo registrato in noi il piacere provato, e lo cerchiamo ancora, e quando non c’è, ci manca. E la sua assenza crea un vuoto che possiamo tentare di riempire in tanti modi, con dei sostituti che mai ci appagano, perché….
Casa non è dove dormi.
Casa è la pelle di chi,
quando ti abbraccia,
ti fa sentire che sei nel posto giusto.[4]
Ci sono poi momenti in cui il bisogno di un abbraccio si fa risentire più intenso, riprende voce, ci risuona dentro come un’eco lontana. È un desiderio forte che ci abita, tanto da avvertire una separazione, una distanza, un essere diversi da quanti possono ancora sperimentarlo. A volte nasce un senso di estraneità, la sua assenza sembra che ci collochi in una dimensione parallela, nella solitudine.
È una memoria ancestrale quella che è dentro di noi, che viene da lontano, è dentro ciascuno di noi, nessuno ne è privo. È per questo che vagabondiamo, che erriamo in cerca di un abbraccio che ci restituisca il calore già sperimentato.
Gli abbracci sono un posto perfetto in cui abitare.[5]
Sono nella nostra vita una ricerca continua… che certi eventi, come una malattia, una pandemia, accentuano.
È una ricerca che non ha scadenza, perché non fa distinzione di età. [6]
Quando le forze vengono meno, magari negli ultimi anni della nostra vita, torna prepotente il bisogno di abbracci che offrano calore, sicurezza, protezione, sosta, contenitore, casa, confine, tenerezza, affettuosità, tutte espressione di amore.
Che fare allora?
Riappropriamoci degli abbracci, attiviamo quella che viene chiamata “hugs revolution”, la rivoluzione degli abbracci donati e ricevuti:
Ripartiamo dall’ABC
Abbracci
Baci
Carezze[7]
… ricreiamo cioè una relazione fatta di piccole attenzioni vitali perché…
In certi abbracci ci entri da adulta e ne esci bambina![8]
Le Opere sono dell’artista Käthe Schmidt Kollwitz, scultrice e pittrice tedesca
[1] Jane de Bourbon, regina di Francia
[2] Scrittrice italiana contemporanea
[3] Attribuita a Charles Bukowski
[4] A. Salvje, da Twitter
[5] Scrittrice italiana contemporanea
[6] Gli abbracci di oggi sono le ali del domani
[7] Fairyfrat, da Twitter
[8] Lunadynotte, da Twitter


