Una vita spinta al massimo
C’è una fotografia che dice tutto. È il 2012, Paralimpiadi di Londra: Alex Zanardi taglia il traguardo sulla sua handbike e, in un gesto spontaneo, alza le braccia al cielo e gonfia i muscoli. Una foto che ritrae la sua anima, oltre al momento. Il grido di un uomo che ha deciso, un giorno alla volta, che la vita è sempre degna di essere vissuta. Fino in fondo. Con il sorriso.
Alessandro Zanardi nasce a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta. La velocità gli entra nel sangue presto: a 14 anni il papà gli regala il primo kart, e da lì comincia una trafila nelle formule minori che lo porterà, nel 1991, fino alla Formula 1. I risultati sperati non arriveranno mai, ma non ha importanza. Dall’esperienza in Formula 1, Zanardi impara qualcosa di più prezioso: che si può cambiare strada, reinventarsi, ricominciare. Si trasferisce quindi negli Stati Uniti, dove si dedica alla Formula Cart, e tra il 1996 e il 1998 vive le sue stagioni migliori. È brillante, è simpatico, è amatissimo. Il suo sorriso è il suo marchio di fabbrica.
Poi arriva il 15 settembre 2001. Una data che, come ben sappiamo, cambierà tutto.
Sul circuito tedesco del Lausitzring, durante una gara del campionato Champ Car, la sua vettura viene centrata violentemente. Zanardi perde entrambi gli arti inferiori. Rischia di morire, ma mosso dal suo indomabile spirito, non perde mai conoscenza. Seguiranno sedici interventi chirurgici e sette arresti cardiaci. Un corpo portato all’estremo limite, ma una mente e uno spirito che non cedono mai. Avrebbe potuto scegliere di fermarsi, ma invece sceglie il contrario. «La vita è sempre degna di essere vissuta, e lo sport dà possibilità incredibili per migliorare il proprio quotidiano e ritrovare motivazioni», dirà in una delle tante interviste rilasciate nel corso degli anni.
Torna a correre in macchina dopo quindici operazioni, facendo realizzare comandi speciali che gli consentiranno di guidare utilizzando solo le mani, dimostrando ulteriormente (nel caso in cui fosse ancora necessario) la sua tenacia fuori dal comune. Una tenacia che celava un amore incondizionato per la vita e per ciò che essa può offrire. Poi scopre la handbike. In quella disciplina Alex trova la sua seconda vita sportiva. Vince quattro ori paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016, oltre a otto titoli mondiali su strada. Numeri che parlano da soli.
La sua filosofia di vita non è mai stata quella del “nonostante”. Non si è mai presentato come il campione che ce l’ha fatta nonostante la disabilità. Al contrario: Zanardi ha trasformato ogni limite in un trampolino, ogni sconfitta in un punto di partenza. Il suo mantra, quello che ha ripetuto fino alla fine, era semplice e potente: “Solo i pessimisti non fanno fortuna”. Una frase che esprime al massimo la sua forma mentis e che racconta la sua vita.
E poi c’è Obiettivo3. Un progetto che unisce sport, inclusione e speranza. Un’associazione nata dalla sua esperienza per dare ad altri atleti con disabilità la possibilità di scoprire sé stessi. Avercela fatta, più volte e contro ogni avversità, non gli era sufficiente: voleva aprire la strada agli altri, condividendo le soddisfazioni che si era guadagnato con quante più persone possibili. Il feretro, durante i funerali celebrati il 5 maggio 2026 nella Basilica di Santa Giustina a Padova, è stato accompagnato proprio dagli atleti paralimpici di Obiettivo3, la squadra che lui creò e finanziò. Un’immagine che vale più di mille discorsi. Un cerchio che si chiude. I ragazzi gli hanno concesso l’omaggio finale, cercando di restituirgli quanto lui ha dato a loro.
«Sono orgoglioso di avere avuto un amico come Alex — ha detto don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova e suo grande amico — non mi ha aiutato a diventare un prete migliore, ma non mi importava: mi ha aiutato a diventare un uomo migliore. Questo mi importa».
Alex Zanardi non era solo un atleta straordinario. Era un uomo che sapeva stare al mondo in un modo raro: con entusiasmo autentico, con generosità, con quella capacità di vedere il bene anche quando si nasconde. Si parla sempre delle sue gesta sportive, ma il suo punto di forza più grande è indubbiamente la bontà del suo animo: genuina, e perciò così efficace.
Il sindaco di Castiglion Fiorentino, ricordando le sue ultime parole prima dell’incidente del 2020, ha detto: “Si può provare a vedere cosa si può fare con quello che è rimasto, piuttosto che dire ‘è finita’. Magari qualcosa accade, speriamo”. Parole pronunciate poche ore prima di un nuovo, devastante scontro con la sorte. Parole che suonano oggi come un testamento.
Il 1° maggio 2026, all’età di 59 anni, Alex Zanardi ci ha lasciati. Nello stesso giorno in cui, trentadue anni prima, se ne andava Ayrton Senna. Una coincidenza che ha il sapore della poesia.
Ma Alex Zanardi non ha mai creduto molto nei finali tristi. Come ha detto don Pozza nell’omelia: «La morte si è presa il corpo, ma l’anima le è sfuggita. In corsia di sorpasso è andata a infilarsi dentro la carne e le storie dei ragazzi di Obiettivo3».
Alex è ancora lì, in corsia di sorpasso. Come sempre.
