INTERVISTA: Fabio Cosentino. Curatore, collezionista d’arte e gallerista, e la mostra su Gorgoni.
Dopo aver intervistato Alberto Dambruoso (leggi qui l’intervista!) abbiamo avuto l’occasione e la fortuna di parlare anche con il secondo curatore della mostra “Da Warhol a Christo. Dalla Pop alla Land Art”, Fabio Cosentino.
Di seguito, riportiamo la conversazione con Fabio Cosentino, curatore, collezionista d’arte e gallerista.
Buongiorno Fabio, la ringrazio molto per averci concesso questa intervista in occasione dell’inaugurazione. Come primissima domanda mi piace sempre partire dalla persona: come è nata la sua passione per l’arte e come ha iniziato il suo percorso professionale?
Questa è una bellissima domanda, perché mi riporta a quando ero bambino. Mio zio era un artista, Pino Lavecchia, e io ero solito passare le domeniche pomeriggio nel suo studio, immerso nell’arte: è proprio lì che nasce la mia grande passione. Questa vocazione mi ha poi portato a intraprendere un percorso professionale nel 2018, anno in cui ho aperto la mia galleria d’arte.
Dopo la chiusura della galleria durante il periodo Covid, ho scelto di continuare a coltivare questo interesse attraverso il collezionismo e la curatela. Ho curato diverse mostre, ma quella su Gorgoni rappresenta il mio secondo grande progetto istituzionale. Il primo è stato Anatomia di un Paesaggio, realizzato sempre in collaborazione con Dambruoso a Palazzo Sarcinelli nel 2025.
L’idea di questa mostra è nata in una sera di mezza estate nella casa romana di Alberto Dambruoso. Stavamo pensando a un nuovo progetto insieme e, quando lui fece il nome di Gorgoni, non esitai un attimo. Portare nel mio territorio un nome così importante ci ha permesso di creare un dialogo profondo tra arte e realtà locale: se la Pop Art di Warhol guarda ai brand e all’estetica del consumo, la Land Art rivolge lo sguardo al territorio e alla sua forza primordiale.
Mettere in relazione i grandi marchi del nostro distretto socio-economico con l’ambiente che ci accoglie è stato naturale: le Colline di Conegliano e Valdobbiadene, Patrimonio UNESCO, sono infatti la nostra prima e più autentica forma di Land Art, un paesaggio plasmato dalle sapienti mani dell’uomo da decenni. Proprio per la selezione delle opere ho avuto la fortuna di visitare la sua casa natale a Bomba (CH), toccando con mano la sua arte e respirando l’atmosfera delle sue origini. Era esattamente la mostra che cercavamo, un progetto diventato realtà grazie alla figlia di Gorgoni, Maya, che gestisce l’archivio del padre insieme al marito Christopher.
Quindi il progetto a Palazzo Sarcinelli è nato insieme ad Alberto Dambruoso. Come siete arrivati alla selezione di questo artista e come si è sviluppato il percorso?
Sì, abbiamo scelto il soggetto insieme. L’esperienza precedente con Dambruoso riguardava artisti contemporanei viventi; questa volta, invece, avevamo voglia di confrontarci con un autore storicizzato e la scelta è ricaduta su Gorgoni. Il suo nome ci è sembrato perfetto, sia per la sua storia professionale sia per il legame con la città di Conegliano.
Gorgoni è stato uno dei principali testimoni della Land Art: è grazie ai suoi scatti se oggi possiamo ammirare opere che spesso erano effimere o isolate. Se ci pensi, ciò che ha fatto è incredibile: all’epoca non esistevano i droni. Per fotografare le opere dall’alto doveva noleggiare dei piccoli aerei. Anche solo dal punto di vista logistico, non aveva a disposizione i mezzi tecnologici odierni, eppure riuscì a immortalare quei lavori in modo magistrale.
Un soggetto decisamente affascinante. Per i lettori che non lo conoscono bene, come si inserisce la figura di Gorgoni nella storia dell’arte?
Gorgoni era molto noto già in vita, specialmente a New York. Tornava spesso in Italia, nel suo paese natale, ma la sua carriera si è sviluppata principalmente negli Stati Uniti, dove è tuttora un riferimento assoluto. Basti pensare che il New York Times gli ha dedicato un importante articolo al momento della scomparsa nel 2019. In vita ha collaborato con testate prestigiose come il Time, lo stesso New York Times o, in Italia, L’Espresso. Frequentando la Factory di Warhol e lavorando a stretto contatto con artisti del calibro di Rauschenberg, Basquiat e Haring, oltre che con la galleria di Leo Castelli, Gorgoni è stato fin da subito un talento ricercato e un cronista visivo essenziale per le avanguardie americane e non solo.
In che modo questa mostra si posiziona nella sua pratica curatoriale? Come ha affrontato il compito di esporre le opere di un autore così rilevante?
È una sfida stimolante. Quando ti misuri con un artista storicizzato, la mostra non è solo una questione di “attenzione” estetica. La responsabilità aumenta e si finisce per avere molta più cura in ogni dettaglio, anche solo inconsciamente. Con un nome di questo calibro il timore di sbagliare è inevitabilmente superiore: senti il peso di dover rendere giustizia a una storia già scritta, trattando ogni opera con il rigore e il rispetto che la sua eredità richiede.
In effetti, anche Gorgoni nella sua pratica è stato una sorta di “curatore” delle proprie opere, non crede?
Esattamente. Dal punto di vista semantico è proprio colui che si “prende cura”. Trattandosi di un artista che ci ha lasciato da poco, il desiderio di rendergli giustizia attraverso il percorso espositivo crea un’aspettativa profonda. Fortunatamente, oltre alla figlia Maya, anche Alberto Dambruoso ha conosciuto personalmente Gorgoni, e questo aiuta moltissimo. Per quanto mi riguarda, essendo la mia prima esperienza di curatela su un artista storicizzato, vivo questo progetto con molta enfasi ed emozione.
Qual è l’immagine all’interno della mostra a cui è più legato?
È una domanda difficile. Dire che la mia preferita sia quella scelta per il manifesto sarebbe banale, anche se iconica. Probabilmente scelgo lo scatto che ritrae Joseph Beuys. Gorgoni era in viaggio con lui dalla Germania all’Olanda per l’inaugurazione di una mostra. Durante il tragitto, Gorgoni vide uno stagno e decise di fermarsi. Nonostante non parlassero la stessa lingua, riuscirono a capirsi e il fotografo convinse l’artista a entrare vestito nell’acqua per lo scatto. Questo episodio la dice lunga sulla tecnica di Gorgoni e sulla sua straordinaria capacità di entrare in sintonia con gli artisti, cogliendone l’essenza più autentica.
Se dovesse descrivere Gorgoni con tre parole?
Non è facile, ma direi: visionario, perché solo i grandi artisti sanno vedere oltre; autentico, per la sua capacità unica di creare legami con i protagonisti del suo tempo; e infine iconico, come lo sono diventate le sue opere.
Cosa spera che resti ai visitatori di “Da Warhol a Christo”?
Stiamo portando a Conegliano una pagina fondamentale della storia dell’arte mondiale e spero che la mostra possa arricchire chiunque la visiti. Trattare la Land Art in un territorio che è Patrimonio UNESCO proprio per l’intervento dell’uomo sul paesaggio mi sembra un accostamento importante.
Ci tengo inoltre a sottolineare che la mostra è gratuita, pensata per il pubblico. Questo è stato possibile grazie al contributo dei partner che hanno condiviso lo spirito del progetto. È importante ricordare il ruolo fondamentale delle associazioni: l’associazionismo a Conegliano è un motore vitale che stimola le aziende e fa crescere l’intero territorio.
