IO MENDICANTE…
Negli occhi dell’altro
“Che cosa desideri nella vita? Che cosa cerchi? Ti serve forse un incontro che ti emozioni?”.
Sì, certo, quello con te stesso, “Quel conosci te stesso” che stava scritto sul Tempio dell’Oracolo di Delfi!
“Chi vuole essere solo felice, è destinato a vivere la vita in superficie”, suggerisce Vito Mancuso1.
Ma se ci incontriamo, se ci guardiamo dentro, continua Fabrizio Caramagna: “…Allora avrai due scelte: fare finta di niente e continuare a indossare la tua maschera oppure prendere coscienza di chi sei”. E sarà l’impresa più difficile.
Riconosciamolo, anche se ci è doloroso ammetterlo, siamo tutti e tutte mendicanti che stanno agli angoli delle stazioni della Vita.
“Che portiamo con noi? Che cosa, se non il bagaglio del costante bisogno, della necessità, del dipendere dallo sguardo degli altri?”
Denaro, attenzione, abbracci, cibo, casa, vestiario, riconoscimento, presenze, sono dono della Vita, l’esistere stesso lo è. Di nostro abbiamo la possibilità di prendere e lasciare, di alzarci e sederci, quei quattro passi incerti che riusciamo a compiere verso una meta che resta pur dono, come scoperta, passo dopo passo.
“Come unico tesoro mi rimane la mia povera musica e il cappello in bella mostra davanti a me come fosse una ciotola”, afferma D. M. d’Hamonville2.
Certo, la mia musica, quel suono silenzioso di un cuore che continuamente mi ricorda che sono viva, VIVA!
Quell’armonia che solo un orecchio attento può percepire, tanto è delicata.
Quel ritmo che segna il mio tempo, e il tuo tempo.
Quel cuore che quando fa le bizze, per amore o per dolore, accelera, e allora la musica cambia: da allegro si fa andante, mosso, e poi accelerato.
Per fortuna poi ritorna il ritmo lento, e con lui torna la quiete.
E poi, davanti a me, quel cappello, quella mano tesa ad accogliere quanto di sfuggita vi viene lasciato cadere. Mano usa al lavoro, segnata dagli anni, dai dolori che cominciano a deformarla. Una mano abituata ad accarezzare, a dare sicurezza, a prendere l’altra mano per andare insieme, ma anche una mano che si tende perché mi riconosco bisognosa.
Tendo la mano
mentre tu passi davanti a me,
nella speranza di ricevere
una monetina del tuo tempo,
Due attimi del tuo sguardo,
Tre accenni di sorriso,
Quattro soldi di attenzione consapevole,
Cinque segni di approvazione,
Sei sguardi interrogativi,
Sette movimenti del capo che dicono no.
Otto scoppi di risa che prendono in giro,
Nove incroci di ciglia di disapprovazione.
Dieci passi di vicinanza o lontananza.
Perché tutto ciò che ci fa vivere
è (proprio) l’attenzione dell’altro.3
La povertà ha molti volti, e non dipende solo dalla non disponibilità economica. È povertà l’assenza o la perdita di una famiglia; la mancanza di amici, del riconoscimento sociale; l’impossibilità di accedere alla cultura, alle cure mediche; l’essere sfruttati in un lavoro che ci degrada.
La giovane età e pure quella avanzata ci espongono all’insicurezza che genera ogni povertà, e alla conseguente solitudine che a lei si fa compagna.
Ma guardiamoci intorno: solo in apparenza sono sola, suggerisce ancora d’Hamonville, “In realtà ho una moltitudine di sorelle e di fratelli”4.
Ed è così! Appena, appena, ci togliamo lo scudo, che mentre ci protegge pure ci separa, possiamo riconoscere negli altri e nelle altre la nostra stessa povertà, il nostro stesso bisogno di essere… riconosciuti per ciò che siamo!
Se appena, appena, osiamo alzare lo sguardo mentre deponiamo un avanzo di spiccioli nel cappello che ci sta davanti, vedremo l’altro, e nei suoi occhi ci capiterà di vedere, non ciò che non vorremmo mai essere, ma ciò che siamo: bisognosi di essere amati.
1 Intervista a V. Mancusa https://www.youtube.com/watch?v=-_6ImQ4Ex5I
4 Sorella Anima di D.M. D’Hamonville – trad. M.D. Semeraro
